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Anthropic scopre in Claude uno “spazio di lavoro mentale” simile a quello della coscienza umana
di Sergio Donato - 07/07/2026 11:34 31
Il J-space contiene i concetti che il modello pensa senza scriverli. Dehaene, tra i padri della teoria del workspace globale, parla di pietra miliare. Google DeepMind ha replicato i risultati e c’è una demo interattiva che usa Qwen
Anthropic ha pubblicato una ricerca che ha individuato nei suoi modelli linguistici una struttura mai documentata prima: un piccolo spazio di lavoro interno, battezzato J-space, che contiene i concetti che il modello sta "pensando" in un dato momento senza scriverli.
Secondo il paper, firmato dal team di Jack Lindsey (alla guida del team di model psychology di Anthropic) e condotto principalmente su Claude Sonnet 4.5, questa struttura non è stata progettata dagli ingegneri ma è emersa da sola durante l'addestramento, e si comporta in modo sorprendentemente simile allo “spazio di lavoro neuronale globale", il principale modello neuroscientifico che spiega come funziona l'accesso cosciente nel cervello umano.
Che cos’è l’ipotesi dello spazio di lavoro neuronale globale?
L’intuizione di partenza, dovuta originariamente a Bernard Baars (Baars, 1988), è che il cervello contenga un insieme di processori modulari specializzati, in larga misura indipendenti. Visione, linguaggio e controllo motorio si basano ciascuno su circuiti cerebrali rapidi, paralleli e incapsulati. L’ipotesi dello spazio di lavoro globale sostiene che l’accesso cosciente si sia evoluto per rompere questa modularità e interconnettere quei processori, così che possano condividere le loro competenze e combinarsi in modo flessibile per svolgere compiti nuovi. Secondo questa teoria, l’elaborazione cosciente è una funzione: la selezione temporanea di un’informazione e la sua diffusione globale a tutti i processori riceventi, in modo che qualunque processore possa leggerla e agire di conseguenza. Negli esseri umani, questa diffusione raggiunge anche i processori coinvolti nella produzione verbale; questo spiega perché la riferibilità, cioè la capacità di verbalizzare un pensiero, sia una caratteristica diagnostica fondamentale per distinguere le rappresentazioni coscienti da quelle non coscienti. (Fonte: “Does Claude possess a conscious global workspace?” - Stanislas Dehaene, Lionel Naccache)
Stanislas Dehaene e Lionel Naccache, i neuroscienziati che hanno sviluppato quella teoria, hanno definito la scoperta "una pietra miliare nella ricerca sulla coscienza". Il team di interpretabilità di Google DeepMind, guidato da Neel Nanda, ha inoltre replicato in modo indipendente i risultati principali sul modello a pesi aperti Qwen 3.6 27B.
Ma cos'è questo J-space?
Per capire cosa è stato scoperto bisogna ancora una volta fare un passo indietro e capire come funziona un modello linguistico. Al suo interno ogni informazione è rappresentata da vettori, lunghe liste di numeri che scorrono attraverso decine di strati di calcolo. A ogni passo il modello assegna un punteggio a tutte le parole del suo vocabolario e sceglie la più probabile come parola successiva.
Un lettore attento potrebbe quindi obiettare che non c'è nulla di sorprendente nella ricerca di Anthropic: si sapeva già che il modello valuta internamente le parole candidate e seleziona le più attinenti. Quindi questo J-space non è altro che la selezione in corso d’opera delle parole da parte del modello.
L'obiezione coglie però una cosa diversa da quella scoperta. La classifica delle parole candidate riguarda ciò che il modello sta per scrivere adesso. I pattern del J-space rappresentano invece concetti che il modello tiene "in mente" senza emetterli, e che spesso non compaiono mai né nella domanda né nella risposta.
Facciamo l'esempio più chiaro usato dai ricercatori: alla domanda sul numero di zampe dell'animale che tesse ragnatele, il modello risponde solo "8". La parola "ragno" non viene mai scritta, eppure a metà dell'elaborazione si accende nel J-space, perché il modello la usa come passaggio intermedio del ragionamento.
La prova che non si tratta di un riflesso passivo è che, sostituendo chirurgicamente il pattern "ragno" con "formica", e lasciando intatto tutto il resto, la risposta diventa "6".
Su un test sistematico di 50 domande a due passaggi, la sostituzione del concetto intermedio ha rediretto la risposta nel 70% dei casi su Sonnet 4.5.
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Il nome J-Space non è stato scelto a caso, ma deriva dalla tecnica usata per trovare questi “pattern mentali”. Si chiama “Jacobian lens” perché si basa sulla matrice jacobiana, uno strumento matematico che raccoglie le derivate parziali di una funzione, cioè misura quanto una piccola variazione in ingresso modifica l'uscita.
Applicata a Claude, la jacobiana risponde alla domanda: se perturbassi di pochissimo l'attività interna del modello a un certo strato, quanto cambierebbe la probabilità che una certa parola venga detta più avanti nel testo?
Il passaggio decisivo, sottolineato anche da Dehaene e Naccache come "il cuore concettuale del metodo", è la media su un migliaio di contesti diversi: così si isola la disposizione generale del modello a poter verbalizzare un concetto, separandola dall'uso specifico che ne fa in una singola frase. Per ogni parola del vocabolario si ottiene una direzione nello spazio delle attivazioni; e l'insieme di queste direzioni costituisce il J-space.
C'è un secondo motivo per cui il J-space non coincide con la normale rappresentazione vettoriale del modello. Esso è una porzione minuscola e anomala di quello spazio. Secondo le misure del paper, contiene circa 25 concetti attivi alla volta e spiega meno del 10% della varianza delle attivazioni; oltre il 90% di ciò che il modello rappresenta internamente ne resta fuori.
Ma quella porzione è cablata in modo speciale. I blocchi di calcolo del modello amplificano le direzioni del J-space circa dieci volte più delle direzioni ordinarie, e un piccolo gruppo di "teste di attenzione" (attention heads) è specializzato nel trasmetterne i contenuti lungo il testo.
Un altro esperimento ha mostrato una conseguenza funzionale ancora più “distruttiva” dell’esempio del ragno: la stessa identica sostituzione per "Francia"/"Cina" nel J-space ha cambiato insieme le risposte su capitale, lingua, continente e valuta, segno che computazioni diverse leggono tutte dalla medesima rappresentazione condivisa.
La controprova finale è arrivata dalla cancellazione piuttosto che dalla sostituzione di parole. Azzerando i contenuti del J-space, Claude ha continuato a parlare fluentemente, a classificare, a rispondere a domande a scelta multipla e ad estrarre fatti da un testo quasi come prima; è crollato invece nei compiti che richiedono ragionamento a più passaggi, riassunti e scrittura in rima.
Nell'esperimento più elegante, sostituendo "spagnolo" con "francese" nel J-space il modello ha dichiarato che un brano era scritto in francese e ha citato Victor Hugo al posto di García Márquez, ma se gli si chiedeva semplicemente di continuare il brano scriveva spagnolo perfetto, inalterato. Significa che le abilità iperapprese corrono in automatico, fuori dallo spazio di lavoro globale; come negli umani la grammatica oppure l'equilibrio.
Il paper ha mostrato anche applicazioni per la sicurezza. In uno scenario di test progettato per indurre il modello al ricatto, la lente ha rivelato che il J-space conteneva "fake" e "fictional" già durante la lettura del prompt, quindi il modello ha capito che la situazione era una messinscena. Disattivando questi pattern di consapevolezza, il tasso di ricatto è passato da 0 su 180 tentativi a 13 su 180.
Gli LLM non hanno una coscienza
I commentatori esterni hanno però tracciato alcune linee che danno al J-space un confine affinché esso non si associ automaticamente a una forma di coscienza.
Dehaene e Naccache hanno infatti elencato le differenze con il cervello, perché nel J-space manca la dimostrazione piena della "accensione" tutto-o-niente che caratterizza l'accesso cosciente umano, mancano i circuiti ricorrenti, mancano un corpo e una memoria episodica, e la capacità apparente di 25 concetti si riduce, a un'analisi più fine, a circa 6 idee coerenti, comunque più delle 3-4 della memoria di lavoro umana.
I ricercatori di Eleos AI e Rethink Priorities, specializzati in coscienza e status morale delle IA, hanno definito i risultati "la prova più significativa finora emersa dall'interpretabilità" a favore di una coscienza di accesso nei modelli linguistici, restando però molto incerti sulla coscienza fenomenica, cioè la capacità di provare esperienze soggettive. Gli stessi autori del paper precisano che gli esperimenti non dimostrano che Claude senta qualcosa, e che la lente cattura solo approssimativamente lo spazio di lavoro reale del modello, per esempio perché riconosce solo concetti espressi da singoli token.
Il paper completo della ricerca è disponibile su Transformer Circuits, e Anthropic ha rilasciato anche il codice open source su GitHub. Inoltre, in collaborazione con Neuronpedia (che ha già applicato in concreto ricerche di questo tipo), è stata rilasciata una demo interattiva della tecnica sul modello Qwen 3.6 27B.
© riproduzione riservata
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Fonte Anthropic
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