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Il mercato dei dinosauri, dove la scienza incontra il lusso
di Paola Arosio

È attesa, per il 14 luglio la vendita all’asta di Gus, scheletro di Tyrannosaurus rex. Base d’asta: 19 milioni di dollari. Una nuova frontiera commerciale, che suscita perplessità tra i paleontologi perché potrebbe penalizzare la ricerca

09 LUGLIO 2026 ALLE 10:24
 3 MINUTI DI LETTURA

Il 14 luglio 2026 a New York, Sotheby’s metterà all’asta Gus, uno scheletro di Tyrannosaurus rex proveniente dalla Hell Creek Formation, nel South Dakota, dove è stato recuperato tra il 2021 e il 2023. L’esemplare, che risale a circa 67 milioni di anni fa, è lungo 11,5 metri e alto 3,8. Composto da 183 elementi ossei, più 30 gastralia, ha una massa ossea pari al 75-80% dell’animale e un cranio conservato per circa l’82%. Sul corpo non mancano segni di morsi, fratture guarite, lesioni costali, a testimonianza di combattimenti per la sopravvivenza. Il tutto corredato dalla relativa documentazione, che ne attesta condizioni e autenticità, e dai diritti che ne consentono repliche, riproduzioni in 3D, merchandising. L’asta parte da 19 milioni, ma la stima per la sua acquisizione è la più alta mai assegnata in prevendita: tra 20 e 30 milioni di dollari.

Un caso rilevante, prova di un mercato in cui i grandi dinosauri non sono più soltanto reperti scientifici o museali, ma anche oggetti da collezione per super ricchi.

Il listino dei giganti

La tendenza è cominciata nel 1997 con Sue, il T. rex completo al 90%, con 250 ossa, acquistato per 8,4 milioni di dollari. Nel 2020 Christie’s ha venduto Stan, un altro T. rex, con circa 188 ossa, al prezzo di 31,8 milioni di dollari. Nel 2024 è stata la volta di Apex, uno Stegosaurus ceduto da Sotheby’s per ben 44,6 milioni di dollari, a fronte di una previsione iniziale di 4-6 milioni, mentre nel 2025 è toccato a un giovane Ceratosaurus, commercializzato, sempre da Sotheby’s, per 30,5 milioni. Nel 2026 la transazione è avvenuta online: Trey, un Triceratops, è stato venduto sulla piattaforma Joopiter in cambio di 5,5 milioni di dollari.

A determinare il valore di questi esemplari concorrono vari fattori, tra cui soprattutto specie, completezza, provenienza, documentazione, diritti associati.

Le critiche degli scienziati

Di fronte a ciò, non sono mancate perplessità e critiche. A cominciare dalla Society of Vertebrate Paleontology, che da anni afferma che vendita, acquisto o baratto di vertebrati fossili di rilievo non sono accettabili, a meno che questi non vengano portati e conservati in istituzioni pubbliche senza fini di lucro. Il timore è che, una volta finiti all’interno di una collezione privata, gli esemplari diventino inaccessibili agli scienziati e, quindi, non utilizzabili ai fini della ricerca.

Di parere diverso il Natural History Museum di Londra, secondo il quale paleontologia e commercio sono intrecciati da secoli, visto che senza operatori finanziari molti reperti non sarebbero stati trovati né catalogati. Lo stesso museo sottolinea, però, che i prezzi da capogiro raggiunti dai dinosauri mettono fuori gioco molti enti pubblici, limitando così gli studi volti ad accrescere la conoscenza.

Tenendo conto di questo, negli ultimi anni si è affermata una sorta di compromesso: l’acquirente si impegna a concedere prestiti a lungo termine. Apex, per esempio, è stato prestato all’American Museum of Natural History di New York, dove è tuttora esposto, mentre Stan viene conservato al Natural History Museum di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi.

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Le diverse leggi nazionali

Ad alimentare le grandi aste internazionali sono soprattutto i fossili rinvenuti nel West americano. E questo perché negli Stati Uniti, nonostante i reperti recuperati su terre federali siano protetti ed esclusi dall’ambito commerciale, quelli trovati in aree private possono essere venduti.

In altri Paesi il quadro normativo è molto diverso. Per esempio, in Mongolia una legge del 1924 dichiara i resti di dinosauro proprietà dello Stato e ne criminalizza la cessione all’estero dietro compenso. Lo stesso avviene in Cina e in Brasile. Ne consegue che gli esemplari mongoli, cinesi o brasiliani possono arrivare sul mercato occidentale solo se provenienza ed esportazione sono rigorosamente documentate, pena sequestro, contenziosi e restituzione.

In Europa non esiste una legislazione uniforme: ogni nazione disciplina scavo, possesso, tutela secondo il proprio ordinamento. L’Unione interviene soprattutto sul fronte doganale e contro il traffico illecito, prevedendo controlli per beni che hanno più di 200 anni e un valore pari o superiore a 18 mila euro.

Un fenomeno in crescita

Comunque sia, gli esperti confermano che il mercato dei fossili è sempre più globale, poco conosciuto dagli atenei e in espansione. Lo ribadisce uno studio pubblicato nel 2025 su Geoheritage, che ha provato a quantificare il fenomeno, analizzando 10.471 lotti relativi a vendite da parte di 115 case d’asta tra 2010 e 2022, il 54% dei quali provenienti da Africa e Asia.

Gus è, quindi, l’ultimo esempio di un trend ampio, in cui i resti di dinosauro sono concepiti non solo come beni non rinnovabili e scientificamente importanti, ma anche come nuova frontiera del lusso.

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